Liberi tutti! Quando la letteratura americana mi ha salvato da un acuto malessere esistenziale

by Anna Vallarino

 

“As for me, I am tormented with an everlasting itch for things remote. I love to sail forbidden seas, and land on barbarous coasts ”
― Herman MelvilleMoby-Dick; or, The Whale

 

Tropic-of-Cancer-291058[1]

 

confessions-of-a-crap-artist-3[1]

Ho sempre avuto una predilizione per la letteratura americana. Non posso negare il potere che hanno avuto su di me ragazzina libri come On the Road di Kerouac, Howl di Ginsberg, Ariel di Sylvia Plath o le poesie di Anne Sexton, Tropic of Cancer di Miller, The Age of Innocence di Wharton, Naked Lunch di Burroughs (e ve li scrivo così, come mi vengono). Forse perché vivevo in un piccolo paese sulla costa ligure, e il mio viaggio era il treno per andare al liceo a Genova e le vacanze estive. Fu una liberazione scoprire  di sbronze liberatorie, viaggi per viaggiare senza scopo, sesso senza morale. Libertà dalla morale, libertà di esprimermi anche se non scrivevo in endecasillabi. Libertà.  Sarà tutta un’illusione sto sogno americano e tutta questa libertà, ma diamine mi ha regalato linfa vitale.

 

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