Diario di una schiappa. Come questa città mi ha cambiato in meglio e in peggio: lo sport.

 

Se una volta mi avessero detto che sarei stata una di quelle persone che fanno sport prima di andare al lavoro avrei sicuramente riso di gusto. 

Son sempre stata sportiva o abbastanza sportiva (con una pausa universitaria in cui, diciamo, lo sport era l’ultimo dei pensieri, come del resto la salute psicofisica in generale) ma a Londra la mia attività aerobica e anaerobica ha avuto un graduale intensificarsi.

Potete leggere la continuazione dell’articolo qua:

Diario di una schiappa, come questa citta’ mi ha cambiato in meglio e in peggio: lo sport. 

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Missy Elliot. Ready to fight.

 

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In un mondo di Kardashian e Laure Pausini, sii una Janis (Joplin)!

 

Janis Joplin. The Queen of Blues. Ribelle, incazzata, distruttiva e costruttiva, saggia e infantile. Nel vedere i filmati delle sue interviste, delle sue uscite, mi son detta “ma era una con cui uscire la sera” (forse una sera che sarebbe diventata una settimana). Era una con cui divertirsi. Non solo era Janis Joplin – non che io debba starvi  a spiegare cosa sia stata musicalmente parlando- ma era viva, più viva di tanti vivi (infatti lei disse, a chi la rimproverava del suo uso smodato di alcohol: “Preferisco vivere dieci anni così, che passare tutta la vita come uno zombie”. Questione di scelte, certamente).

 

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Ma io dico, uscireste mai a fare serata con Kim Kardashian o con quell’imbalsamata di Adele o con la Tatangelo? Una noia mortale, anche perché per contratto – credo – non possano ridere, ma debbano sempre mantenere quell’espressione fra ho qualcosa nel fondoschiena che mi irrigidisce e i coniugi Arnolfini. Che dico, anche se ridi, non è che succede qualcosa, neh. E non credo abbiano bisogno che io consigli loro un dentista.

E invece Janis Joplin…Nel bel documentario Janis. Little Girl Blue,  Oh Janis Joplin. E’ tutto un muoversi, e ridere e gridare e parlare che ti viene voglia di stare sempre con lei. Anche se poi, non doveva passarsela proprio bene. Soffriva di solitudine, non riuscendo ad adeguarsi a tornare a casa da sola la sera: “On stage, I make love to 25,000 people – then I go home alone.” Voleva essere amata a tutti i costi da tutti e soprattutto da un lui, che non sembrava trovare. Ma insomma, nulla di strano, a vent’anni. A vent’anni è giusto essere romantici e un po’ disperati, anche se, morire come è morta lei, a soli 27 anni, quello penso superi il romanticismo.

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Era un’autentica, la Janis. Non era etichettabile. Anche gli hippie che facevano gli hippie le stavano sulle balle, anche le femministe, che l’accusavano di essere troppo audace, troppo provocante, sessuale. “What are they talking about? I’m representing everything they want”. Non mi rompete, io cerco solo di essere me stessa. “I don’t want to bullshit myself”.

Questo un passo di una lettera che scrive ai suoi genitori:

‘After you reach a certain level of talent, and quite a few have that talent, the deciding factor is ambition, or as I see it how much you really need – need to be loved, to be proud of yourself… I guess that’s what ambition is; it’s not all a depraved quest for position and money, maybe it’s for love. Lots of love’

I love you, Janis and always I will.

Perché essere normale, quando puoi essere eccentrico? (ma non solo nel vestire, neh): Edith Sitwell.

Good taste is the worst vice ever invented.

My personal hobbies are reading, listening to music and silence. 

 Edith Sitwell

La Dame inglese Edith Sitwell, poetessa e intellettuale, è sempre stata definita una persona eccentrica, sia per il suo vestiario che per il suo stile di vita e un’acuta dialettica animata da un sottilissimo sarcasmo (sarei pronta a prendermi il suo naso aquilino se quello fosse il prezzo per pareggiare la sua eloquenza in inglese).

images-1Durante l’intervista a Face to Face anno 1959, al giornalista John Freeman che le fa una domanda idiota come “Preferisce la città o la campagna?” (ma io dico hai davanti una che era amica di Virginia Woolf, che ha incontrato Picasso e Marilyn Monroe, una che ha patrocinato e aiutato scrittori come Dylan Thomas e Aldous Huxley, una che è nata in una famiglia di personaggi atipici.. e le chiedi una roba del genere?). Lei risponde:

“La campagna”

“Perché la campagna?”

“Perché lì non ci son persone che mi annoiano con stupide domande”

(e l’intervista non stava avvenendo sicuramente in campagna).

Lei non amava definirsi eccentrica, ma semplicamente più viva della maggior parte delle persone. E se qualcuno le avesse dato per questo della poco modesta.. La modestia? Una dote che le sarebbe piaciuto coltivare, ma ahimè, è sempre stata troppo occupata a riflettere su se stessa. Toh.

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Il mio cane di Schrodinger. Limone Piemonte, Gennaio 2016

Cara Dame Sitwell, non conosco bene le sue poesie, ma sto leggendo il suo English Eccentrics A Gallery of weird and wonderful men and women e mi piace – sebbene un poco ostico per una non madrelingua rincoglionita come me. Alcuni dicono che abbia caricato la mano, che quella carrellata di personaggi sia enfatizzata, ma che importa?

Come scrive Aldo Busi in Vacche Amiche:

“Si mente nella vita, non nel racconto che se ne fa”.

Edith rassomigliava proprio a un personaggio di qualche quadro fiammingo – come una coniuge Arnolfini senza coniuge (ah, della sua vita sentimentale e sessuale, teneva assoluto riserbo, argomento TOP SECRET).

I’m dying, but otherwise I’m in very good health.

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‘By ‘happiness’ I do not mean worldly success or outside approval, though it would be priggish to deny that both these things are most agreeable. I mean the inner consciousness, the inner conviction that one is doing well the thing that one is best fitted to do by nature.’

 

 

 

Florence King e la rivincita delle zitelle.

E’ morta da pochi giorni Florence King (1936, Washington): scrittrice monarchica, bisessuale (ma che disse di essersi pentita di aver reso pubblica la sua bisessualità perché non voleva far parte di nessun “gay liberation movement”), conservatrice, femminista, agnostica ma episcopale. Ovvero, una grandissima rompiballe. Non per dire, la sua rubrica tenuta per anni su National Review si chiamava The Misanthrope’s Corner.

Se sua era una battaglia, era quella in favore delle donne da sole, delle zitelle, delle spinster.

Spinsterhood is powerful; once a woman is called “that crazy old maid” she can get away with anything.

King riconosceva nella solitudine delle zitelle una forma di libertà non solo dal matrimonio ma nella gestione del proprio tempo. Le donne da sole, negli anni in cui era cresciuta, erano inusuali e viste con diffidenza da chiunque.

 

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Vi lascio alcune sue perle. La prima citazione la dedico a  tutte le persone che cercano un fidanzato/ coniuge ed escono compulsivamente con tizie/i:

“Keep dating and you will become so sick, so badly crippled, so deformed, so emotionally warped and mentally defective that you will marry anybody.”

(‘Continua a cercare ossessivamente il fidanzato, e diventerai così moribonda, così storpia, deforme, così emozionalmente malconcia e mentalmente malata che finirai per sposare chiunque’)

Questa alle persone che non riconoscono quanto le mestruazioni possan essere una rottura di palle nella vita di una donna:

“A woman must wait for her ovaries to die before she can get her rightful personality back. Post-menstrual is the same as pre-menstrual; I am once again what I was before the age of twelve: a female human being who knows that a month has thirty day, not twenty-five, and who can spend every one of them free of the shackles of that defect of body and mind known as femininity.”

(‘Una donna deve aspettare che le sue ovaie muoiano prima che abbia indietro la sua vera personalità. Il post-mestruo non differisce molto dal  pre-mestruo. Ora posso dire di essere di nuovo quello che ero a dodici anni: un essere femminile con un mese di 30 giorni, non 25’)

E questa alle femministe perbeniste, ossessionate dal political correct:

‘Feminists will not be satisfied until every abortion is performed by a gay black doctor under an endangered tree on a reservation for handicapped Indians.”

bella copertina, neh.

Ma che bella copertina, neh.

 

L’ho scoperta solo ora, Florence King.

Dieci tipologie di profili Facebook da cui non puoi scappare.

 

Dal posta-cibo al dio dei cani:.

Io e i cani. Le foto su Facebook: I figli vincono, ma se non si han figli, si mettono i cani. Se non si han cani, si mettono i gatti. Se non si han gatti, si mettono i cani degli altri. Giuro, da un giorno all’altro il vostro gatto non cambia. Giuro.

Ho figliato dunque sono. Aristide ha detto questo. Ecco Aristide dopo il bagnetto. Ecco Aristide che ride. Ogni scarrafone è bello a mamma sua, si dice, e non è una frase che ho inventato io.

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Con questa bellissima foto, vi auguro Buon Natale.

Il posta cibo. E’un feticista del cibo.  Tiene veramente tanto a tenerci informati, ogni giorno, di quello di cui si ciba. Anche se si tratta di un piatto di pasta al pomodoro ornato da una foglietta di basilico rattrappita  su un tavolo bisunto.

 

I selfie dipendenti. Conosco gente che si fa un selfie al giorno. Credimi un selfie al giorno, non leva lo psicologo di torno.

 

L’ intellettuale virtuale. Rompere le palle con i libri che si leggono: bravo che leggi. Siam veramente contenti che sei capace a leggere. In questo gruppo ci son io.

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“Come essere un vero British”. Ho iniziato male. Un vero British mai prenderebbe una birra piccola.

Gli innamorati cronici. Foto del profilo: tu e lui. Foto in copertina: tu e lui. Messaggi d’amore sulla bacheca. Un amore Shining, dato che spesso gli innamorati cronici 1) Vivono insieme 2) Mentre postano queste cose su Facebook sicuro si tartassano su Whatsapp. Io mi chiedo sempre, e se ti lasci? Che fai con tutto quell’amore virtuale sparpagliato?!

 

I posta frasi motivazionali come quelle cartoline con scritto ‘Credi più in te stesso, ne sai più di quanto credi’ e dietro un pony che vola. E poi ne sai più di cosa? Mah.   Uno studio in US  ha dimostrato quanto gli amanti di queste frasette siano generalmente più stupidi. Ma io dico, bisognava fare uno studio per capirlo?

 

I profili fantasma. Quelli che mai leverai dalla bacheca perche in effetti è come se non ci fossero. Ma magari spiano, neh.

 

I ‘too much information’. Quelli che dicono ai loro 1000 amici su Facebook proprio i cazzi loro.

 

I commentatori al cubo. Ci sballano a fare il commento del commento. I commentatori al cubo amano Morandi, Salvini e la Cuccarini.

 

Ti senti una persona coraggiosa? (No, le foto con la tigre non valgono)

Above all, be the heroin of your life, not the victim’  by Norah Ephron

Chi non fa, non rompe’ by mia madre

 

Gli anni solari son una gran illusione, si sa.  Un anno che finisce (ma poi cosa finisce?!) e ne inizia uno nuovo (ma poi cosa inizia?). La mia agenda del  2015 iniziava con una scritta a lettere cubitali CORAGGIO. E direte, che tenera, che patetica, che quindicenne. A gennaio avevo deciso che avrei voluto essere mediamente più coraggiosa, e ora ho capito che dovrà valere per tutti gli anni solari che mi restano (senza coraggio che ci resta da fare?).

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Ma dico ci son riuscita? Non proprio. Non completamente. A volte sì, a volte proprio no.

Direi che un bilancio del 2015 non lo voglio fare. I bilanci lasciamoli ai ragionieri, ai commercialisti e agli spilorci. Ma, a qualche spunto di riflessione su come potrei essere un poco più coraggiosa son arrivata, credo.

  1. Sentirsi adeguati è una delle nostri aspirazioni naturali. Ma sentirsi adeguati è mezzo morire.  Va bene solo per qualche istante. Io voglio sentirmi adeguata nell’essere inadeguata. Ecco.

2. Basta “contare le pecore della mia coglionaggine” (cit. Diego De Silva). Basta rimuginare sugli sbagli, sulle omissioni. A cosa serve rimuginare? Meglio riflettere, e se lo sbaglio persiste, mettere in atto una strategia risolutiva. E ripartire con la sciabola in mano, non con la valigietta delle paranoie.

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3. Avere il coraggio di non essere nessuno. Nessuno. Tanto lo sei, nessuno.

4. Come disse Churchill: “Success is not final, failure is not fatal: it is the courage to continue that counts.” E’ la tenacia quella che conta, soprattutto. Non so quanti colloqui ho fatto e non so stata richiamata, quanti uomini da cui ero attratta che mi han deluso o semplicemente dato buca, per non dire le proposte di lavoro a magazine e giornali andate a vuoto. Qualche anno fa sarei andata ogni volta in ansia, sarebbero state prove del mio non valore, sfiduciandomi. Ora mi scombussolano molto meno. Sarebbe uno spreco di tempo.

Come è stato possibile questo cambiamento? Ho scoperto l’acqua calda, ovvero che se il piano A non funziona, si può passare al B, e se il B delude ci può essere sempre il C, e dal C si può arrivare fino al Z. (Va be’, se vuoi essere Miss Mondo e sei bruttina o se vuoi ottenere la medaglia d’oro agli anelli a 50 anni dopo una vita da impiegato, quelli son problemi tuoi).

5. Non aspettare (parlando di uomini come di lavoro come di amicizia). A volte ho aspettato una chiamata o una email semplicemente perché avevo paura di un ni, o di un NO. Ora invece mi dico, chiama, scrivi, digita, parla (non è un incitamento allo stalking né al pedinamento).  Questo tempo di attesa  fa perdere molto tempo (soprattutto mentale). Non sia mai che mentre aspetto dalla finestra quel qualcosa o qualcuno, stia perdendo qualcosa d’altro – e anche se non perdo niente, non importa, comunque ho preso in mano la situazione.

 

“Knowing you might not make it… in that knowledge courage is born.”

W. Burroughs

Lettera alle femminazi, alle nuove bacchettone. Non voglio essere speciale solo perché sono una donna, no grazie. E non voglio la protezione di nessuno

“It’s a good thing I was born a girl, otherwise I’d be a drag queen.”
Dolly Parton

 

Lettera alle femministe di casa nostra Europa che si lamentano dell’oggettivazione mediatica del corpo femminile, che si lamentano dei magazine, dei film porno e del vicino di casa che le chiama Darling.

Care femminazi, care bacchettone 4.0,

Andate in Arabia Saudita, in Pakistan. Andate in Iran, in Burkina Faso, andate in Somalia o in Nigeria. State qua? Parlate di maternità, aborto, mutilazione genitale (avviene anche qui in Europa), parlate di diritti civili, parlate di diritti per tutti.

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IO METTO QUESTA FOTO MA LO FACCIO SOLO PER ME STESSA, OH

Ma, perfavore non ci rompete le palle con due foto di culi, con il vicino di casa che vi dice che belle che siete e con i magazine che vi dicono di dimagrire. E che noia. Cavoli vostri se date peso a quella pubblicità, se non rispondete a modo a quel vicino e se comprate quei magazine e ancor di più cavoli vostri se non avete educato i vostri figli a rispettare gli esseri umani, qualsiasi genere siano.  E che dire se la mattina leggete quella boiata pazzesca di Metro, piena di vip e tette, solo perché è gratis? Ve la siete cercata.  Avete scelto di leggerlo, nessuno vi ha imposto nulla! Per non parlare delle terza pagina de The Sun. Ma io dico, il Sun si compra, non è che ti svegli e qualcuno ti costringe a leggerlo e a guardare la terza pagina con la ragazza di turno in topless.

Un paio di settimane fa una giovane avvocato londinese Charlotte Proudman  ha messo alla gogna mediatica (su Twitter) un altro avvocato che lei aveva contattato, per motivi professionali, su Linkedin. Charlotte lo ha accusato di comportamento misogino dopo aver ricevuto da lui apprezzamenti sulla foto del suo profilo (ha scritto che la foto era stunning, molto bella). A parte  la non appropriatezza del commento (e comunque non ha commesso nessun reato, semmai ha mancato di stile), è legittimo, etico fare un public shaming sui social network (si torna al medioevo? Pubblica gogna senza appello?).

Ma vedo anche in questo Al lupo al lupo, una forma di vittimismo, capace di dare importanza a una tale inezia. E son accorsi in migliaia a ritwittare, convidere e applaudire la condanna di quel stunning in un sito di lavoro. Bisogna arrivare a questo tipo di terrore? Non basta, saper rispondere a tono, ignorare o affrontare qualsiasi commento non gradito?

E’ indubbio che ancora un sessismo culturale esista, ma siamo sicuri che per combatterlo sia necessario diventare delle bacchettone? Volevamo essere libere di essere, e ora ci troviamo a censurare, auto-censurare e giudicare?  Vogliamo proteggerci ed essere protette come fossimo delle bambine senza difese?

Come le quote rosa. Ma che  senso hanno. Come i premi letterari solo per donne. Ma cosa siamo? Delle sottosviluppate? Abbiamo bisogno del regalino, del recintino? Io non voglio entrare dalla porticina, voglio entrare dalla porta principale, oh. Noi occidentali, non siamo più il secondo sesso.

Questo  femminismo pop sta diventando patetico nel suo conformismo.  Ora va di moda, e moda sia. E le mode si sa, spesso si assumono senza capire bene il perché ma per sentirsi un po’ speciali. Si segue la scia, illudendosi di essere particolari. Particolari come un paio di jeans sdruciti della Levi’s. Insomma finché è un vestito o  un accessorio va bene, ma quando diviene una maniera di pensare?

Non voglio essere un essere speciale solo perché son una donna. No, grazie.

I’ve used my femininity and my sexuality as a weapon and a tool… but that’s just natural.

by Dolly Parton

Articolo da leggere su The Spectator:

Feminism is over, the battle is won. Time to move on