Ti senti una persona coraggiosa? (no, le foto con la tigre non valgono)

‘Above all, be the heroin of your life, not the victim’ Norah Ephron

‘Chi non fa, non rompe’ Mia madre

 

Gli anni solari son una gran illusione, si sa.  Un anno che finisce (ma poi cosa finisce?!) e ne inizia uno nuovo (ma poi cosa inizia?).  Semplicemente dobbiamo ricordarci di scrivere 2016.

Tutto per dirvi che la mia agenda del  2015 inizia con una scritta a lettere cubitali CORAGGIO. E direte, che babba, che tenera, che patetica. Che quindicenne (no, non è scritto con l’uniposca). Insomma a gennaio avevo deciso che avrei voluto essere mediamente più coraggiosa. E ora ho capito che forse dovrà valere per tutti gli anni solari che mi restano (senza coraggio che ti resta da fare?).

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Ma dico ci son riuscita? Non proprio. Non completamente. A volte si’, a volte proprio no. No no, ma oh. Ma qualcosa si’, dai.

Direi che un bilancio del 2015 non lo voglio fare. I bilanci lasciamoli ai ragionieri, ai commercialisti e agli spilorci. Ma, ma, a qualche spunto di riflessione su come potrei essere un poco più coraggiosa (nel mio piccolo, of course) son arrivata, forse.

  1. Sentirsi adeguati è una delle nostri aspirazioni naturali. Ma sentirsi adeguati è mezzo morire.  Va bene solo per qualche istante. Io voglio sentirmi adeguata nell’essere inadeguata. Ecco. Mica facile. Oh.

2. Basta ‘contare le pecore della mia coglionaggine’ (cit. Diego De Silva). Basta rimuginare sugli sbagli, sulle omissioni. Tempo perso. Insomma contare fino a 10, non 100. E ripartire con la sciabola in mano.

3. Avere il coraggio di non essere nessuno. Nessuno. Tanto lo sei, nessuno.

4. Come disse Churchill (spero lo abbia detto veramente) ‘Success is not final, failure is not fatal: it is the courage to continue that counts.’ E’ la tenacia quella che conta, soprattutto. Non so quanti colloqui ho fatto e non so stata richiamata, uomini con cui son uscita che non mi han più ricercato, per non dire le email a magazine e giornali. Qualche anno fa sarei andata ogni volta in ansia, sarebbero state prove del mio non valore, sfiduciandomi. Ora non mi scombussolano. Sarebbe uno spreco.  E’ incredibile. Non capisco se questo sia un sintomo di sanità mentale o di una testardaggine un po’ pshyco.

Come è stato possibile questo cambiamento?  Una nuova droga che si chiama ‘I don’t give a shit’ e ho scoperto (oh!) che se non c’ è il piano A, c’ è il B, e se il B non c’ è, c’ è il C e puoi arrivare fino alla Z. (Va be’ se vuoi essere Miss Mondo e sei una cozza o ottenere la medaglia d’oro agli anelli a 50 anni dopo una vita da impiegato, quelli son affari tuoi).

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5. . Nel seguire il proprio istinto ci vuole una buona dose di coraggio, ma ci vuole anche una buona dose di coraggio nel non seguirlo. Il difficile è capire quando si e quando no. Ecco. E direte, e grazie Anna. Hai scoperto Briatore al Billionaire.  Con questo vorrei riuscire ad unire King Kong, che spazza via tutto quello che intralcia la sua strada, ad  Alice nel Paese delle Meraviglie, che si fa trasportare da tutti e da nessuno.

6. Parlando di uomini come di lavoro come di amicizia. Non aspettare. A volte ho aspettato una chiamata o una email semplicemente perché avevo paura di un ni, o di un NO. Meglio tagliare la testa al toro se no il toro me magna prima. Quindi ora mi dico, chiama, scrivi, digita, parla (non è un incitamente allo stalking ne’ al pedinamento).   Questo tempo di attesa  fa perdere un sacco di tempo (soprattutto mentale). Non sia mai che mentre aspetto dalla finestra quel qualcosa o qualcuno, stia perdendo qualcosa d’altro (e anche se non perdo niente, non importa, comunque ho preso in mano la situazione, oh).

“Knowing you might not make it… in that knowledge courage is born.”

W. Burroughs

Lettera alle femminazi, alle nuove bacchettone. Non voglio essere speciale solo perché sono una donna, no grazie. E non voglio la protezione di nessuno

“It’s a good thing I was born a girl, otherwise I’d be a drag queen.”
Dolly Parton

 

Lettera alle femministe che si lamentano dell’oggettivazione mediatica del corpo femminile, che si lamentano dei magazine, dei film porno e del vicino di casa che le chiama Darling.

Care femminazi, care bacchettone 4.0,

Andate in Arabia Saudita, in Pakistan. Andate in Iran, in Burkina Faso, andate in Somalia o in Nigeria. State qua? Parlate di maternità, aborto, parlate di diritti civili, parlate di diritti per tutti. Donne, transessuali, etero, bisessuali, gay. Quanto ha senso ormai parlare solo di donne?

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IO METTO QUESTA FOTO MA LO FACCIO SOLO PER ME STESSA, OH

Ma, perfavore non ci rompete le palle con due foto di culi, con il vicino di casa che vi dice che belle che siete e con i magazine che vi dicono di dimagrire. E che noia. Cavoli vostri se date peso a quella pubblicità, se non rispondete a modo a quel vicino e se comprate quei magazine e ancor di più cavoli vostri se non avete educato i vostri figli a rispettare gli esseri umani, qualsiasi genere siano.  E che dire se la mattina leggete quella boiata pazzesca di Metro, piena di vips e tette, solo perché è gratis? Ve la siete cercata.  Avete scelto di leggerlo, nessuno vi ha imposto nulla! Per non parlare delle terza pagina del Sun. Ma io dico, il Sun si compra, non  è che ti svegli e qualcuno ti costringe a leggere il Sun e a guardare la terza pagina con la ragazza di turno in topless.

Un paio di settimane fa una giovane avvocato londinese Charlotte Proudman  ha messo alla gogna mediatica ( su Twitter) un altro avvocato che lei aveva contattato, per motivi professionali, su Linkedin. Charlotte lo ha accusato di comportamento misogino dopo aver ricevuto da lui apprezzamenti sulla foto del suo profilo (ha scritto che la foto era

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Ana Mendieta

stunning, molto bella). A parte l’inappropriatezza del commento (e comunque non ha commesso nessun reato, semmai ha mancato di  stile),  è legittimo, etico fare un public shaming sui social network (si torna al medioevo? Pubblica gogna senza appello?). E poi mi vien da dire, perché dargli tale importanza. Rispondigli a tono, usalo, o cancellalo dalle tue cerchie. Oppure affrontalo. Hai tutte le armi per farlo. Basta vittimismo! L’hanno chiamata Feminazi. Per non dire tutte le persone che hanno ritwittato, condiviso e applaudito sui social network.

Bisogna arrivare a un clima di terrore?

E’ indubbio che ancora un sessismo culturale esista, ma siamo sicuri che per combatterlo sia necessario diventare delle bacchettone? Volevamo essere libere di essere, e ora ci troviamo a censurare, autocensurare e giudicare?  Vogliamo proteggerci ed essere protette come fossimo delle bambine senza difese?

Come le quote rosa. Ma che  senso hanno. Come i premi letterari solo per donne. Ma cosa siamo? Delle sottosviluppate? Abbiamo bisogno del regalino, del recintino? Io non voglio entrare dalla porticina, voglio entrare dalla porta principale, oh. Non siamo più il secondo sesso.

Questo  femminismo pop sta diventando patetico nel suo conformismo.  Ora va di moda, e moda sia. E le mode si sa, spesso si assumono senza capire bene il perché ma per sentirsi un po’ speciali. Si segue la scia, illudendosi di essere particolari. Particolari come un paio di jeans sdruciti della Levi’s. Insomma finche’ è un vestito va bene, ma quando diviene una maniera di pensare?

Non voglio essere un essere speciale solo perché son una donna. No, grazie.

I’ve used my femininity and my sexuality as a weapon and a tool… but that’s just natural.

Matta? by Dolly Parton

Articolo da leggere su The Spectator:

Feminism is over, the battle is won. Time to move on

Non è che se non dici/scrivi la tua significa che non esisti. E neanche palesi che sei un idiota. Anzi.. Sulla temuta arte del silenzio.

‘Silence is only frightening to people who are compulsively verbalizing.”  W. Burroughs

Parla poco e ascolta assai, e giammai non fallirai.

 

Sapete quando siete piccoli e vostra madre o la maestra o il professore vi guardano di sbieco ammonendovi di stare zitti se non sapete qualcosa? Meglio stare zitti che dire stronzate, insomma. A me è capitato spesso perché ho sempre avuto una acuta tendenza a volere dire sempre la mia. Non sempre a proposito, anzi spesso a sproposito.

Anche ora, ogni giorno, faccio un esercizio di autocensura unito allo sforzo di dire meno cose possibili ma più ponderate possibili. Di nuovo, non sempre ci riesco. Anzi spesso fallisco. E forse già lo sapete.

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TOTALE

Mia nonna è bravissima nel non autocensurarsi. Lei le spara proprio tutte (o magari si autocensura, anche… OH MY GOD). In questo marasma, a volte dice delle genialate, altre, le vorresti detonare le corde vocali.

Succede una tragedia – vicino a casa – (e Beirut? E l’aereo russo? E la Nigeria?) e molti sui social network diventano improvvisamente giornalisti o esperti di politica medio-orientale, di intelligence e terrorismo. Persone che mai avresti detto.

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Il SUNTO by Davide Incorvaia

Son molto capra, io. In molti argomenti. E molti di voi credo lo siano. Proprio per questo credo nel silenzio, nel momento in cui valga la pena ascoltare, invece che scrivere compulsivamente. Perché non ritornare ai classici ’10 secondi’ prima di dire qualcosa?  Di giardinaggio, fisica quantistica o raggi ultravioletti ne so poco e niente quindi mai mi addentrerei a intavolare una conversazione. ‘La teoria del Big Bang? Una boiata pazzesca!’.

L’urgenza di dire è umana. Ma allora non sarebbe meglio comprarsi un bel diario, una di quelle belle smemorande anni ’90 e scriverci tutte le cose che  passano per la testa?

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Mia nonna e l’i-pad. Dovete vedere come si incavola quando legge il giornale e non riesce a girare pagina.

La scrittura è terapeutica, ma non puoi coinvolgere 1000 persone nella tua cazzo di terapia. Soprattutto se quelle persone non lo hanno richiesto.

Conoscere se stessi e capire quando è il momento di tacere, ecco quella credo sia una bella virtù da coltivare. E lascio a voi riflettere sul fatto che parlo del silenzio, parlando.

A volte mi son sentita in colpa di non trovare le parole adatte per dire qualcosa a qualcuno in un certo momento. Ma non posso negare, che la maggior parte delle volte in cui mi son sforzata di colmare quell’imbarazzo, ecco quelle volte, il risultato è stato ancora peggiore. E quelle parole sbagliate son diventate una vera omissione.

Stay foolish, stay in silence.

You Porn (L’Isis non ci sconfiggera’ mai)

 

Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore (anche nei momenti dolci), dell’ira, della maraviglia, del timore

Leopardi

 

“Il massimo impegno civile è l’auto-contestazione”, ovvero come cercare di non intorpidirsi e smetterla di accettarsi per quello che si è.

“Non provava ribrezzo per tutti i dogmi, per tutte le affermazioni non dimostrate, per tutti gli imperativi? Lo provava.”

Primo Levi (o come scriverebbero alcuni, I Levi) parla nel suo memoir Il Sistema Periodico di Sandro, amico, compagno di studi e di escursioni ad alta quota, uno di quelli che gli aveva insegnato a vivere (la montagna), e a non scoraggiarsi mai “perché è dannoso e quindi immorale, quasi indecente”.  Uno di quelli che parlano poco, ma fanno tanto, quindi uno di quelli che ora rischierebbero di non essere notati perché non ci romperebbero le palle su Facebook (se ci pensiamo Facebook e Twitter son il massimo emblema del fancazzismo cosmico:  tutti che parliamo, senza combinare nulla, o ancor peggio mostrando a tutti quel poco che abbiamo combinato, come una torta, un nuovo taglio di capelli o addirittura un figlio).

Mia nonna. Non mette mai le calze. Neanche se ci son 3 gradi.

Mia nonna. Non mette mai le calze. Neanche se ci son 3 gradi.

Ho letto il Sistema Periodico di Primo Levi e mi son chiesta “Perché ho aspettato così tanto?”. Levi racconta la sua vita da chimico, da scrittore, da deportato di  attraverso alcuni elementi chimici e lo fa in una maniera pratica, umana, scientifica. In barba ai sentimentalismi, in cerca di una morale, di un’etica in cui i confini tra scienza e letteratura si confondono.

“La nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove ed errori, era consistita nel farsi signore della materia… mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele… vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere noi stessi.”

Vincere, comprendere, perdere anche, superare i propri limiti (che non son quanti negroni puoi bere in una sera, purtroppo). Levi, che nascerà e morirà nella stessa casa torinese, passando una vita fra la fabbrica di vernici dove lavorava e la scrivania ( a parte il periodo deportato) rimpiange le sue escursioni con Sandro. Escursioni che lo avevano portato anche a vivere situazioni di pericolo. Raccolta di una notte passata al gelo, con il pericolo di morire assiderati.  Levi lo ringrazia per quelle “imprese insensate solo in apparenza” che lo hanno fecero sentire”forte e libero”, libero anche di sbagliare.

C’ho messo 30 anni ad accettarmi per quello che sono, come i saggi o meglio i pseudo saggi pop consigliano, e ora che ci sono, ho deciso che sta roba di accettarsi mi sembra una gran approssimazione. Fra l’autodistruzione e l’accettarsi ci sara’ una sana via di mezzo. E poi a dirla tutta, a furia di accettarmi per come sono, mi sembra di stare accettando un po’ troppo.

Sandro Dalmastro.

Sandro Dalmastro.

PS L’amico di Levi, Sandro Dalmastro fu ucciso nel 1944 dai nazifascisti, con una raffica di mitra – e divenne così il primo Caduto del Comando militare piemontese del Partito d’Azione.  Il Partito d’Azione, ovvero i figli combattenti di Giustizia e Liberta’, uno dei pochi movimenti liberali degni di questo nome che l’Italia abbia mai visto.

Ne parlano solo le femministe ossessionate e le pubblicità (e South Park) ma quanti casini combinano.

– Be’, mi dispiace Wendy ma io non mi fido di una cosa che sanguina per cinque giorni e che non muore. (South Park: il film – Più grosso, più lungo & tutto intero)

In Inghilterra se c’è un argomento TOP SECRET è quello delle  mestruazioni.

Non ho mai sentito in nessuno in ufficio dire ‘Non sto bene, mi son venute le mie cose’,  neanche fra le mie colleghe più amiche (e lavoro nell’editoria, dove il 70 percento è donna). Anzi, io, che son una di quelle tipiche donne con gli ormoni in una ottovolante tutto il mese, quando ho detto ‘ I am not really well. You know. Period, migraine..’, son stata guardata con uno sguardo sopreso come se avessi detto ‘Sai, ti ho appena rubato la carta di credito’.

La mia ex manager  una volta mi disse ‘Anna you are so obsessed with your period!’ solo perché  una volta ogni tanto tiravo fuori questo fenomeno naturale, biologico che alle donne, a tutte le donne, capita una volta al mese.

Perche' son in pre-mestruo

Perche’ son in pre-mestruo

Per non dire quando, sprovvista, chiedi un assorbente. Qua in UK la tua collega o compagna di corso te lo da avvolto in un fazzoletto di carta, se non impacchettato, di nascosto, attenta che nessuno lo veda, come fosse una pastiglia di anfetamina. Per non dire delle donne che vanno con la borsa in bagno. E dire che ce le abbiamo tutte le mestruazioni. Un po’ di pudore va bene, ma che sia un tabu’ mi pare un po’ troppo.

Comunque, tutto per dire, che nessuno ne parla, ne’ qua, ne’ in Italia (se non quei giornaletti da sottosviluppate e le femministe ossessionate) ma le mestruazioni sono una grandissima rottura di scatole: son un impegno economico (avrei potuto fare il giro del mondo, dio cristo), una porta al suicidio (ormoni che si picchiano fra di loro ogni volta e ti portano in un baratro di fastidio), isteria a gratis e tanta confusione.

Non so se avro’ figli o meno nella mia vita. Non lo so.  Quando ero piccola dicevo che ne avrei avuti 4 e che se anche non avessi avuto un uomo degno, li avrei fatta comunque da sola. Ora, crescendo, non penso piu’ siano una tappa obbligata. Si, o no? Dipende da cosa succedera’.

Rimane il fatto che non capisco perché  quelli senza figli sian spesso visti come egoisti, individualisti, non disposti al sacrificio. Quanti genitori egoisti conosco? Non credo che fare figli voglia dire essere automaticamente altruisti. Se vuoi  essere altruista vai ad aiutare i figli sfortunati degli altri, e non creartene di propri, quello in fondo può essere visto come un puro atto egoista. Un bellissimo atto di duplicazione della tua specie. O no?

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Pero’ non avere figli significhera’ non dare un senso a tutta questa botta ormonale che mi perseguita da tutta la vita e mi fa diventare cosi’ patetica, depressa e grottesca una volta al mese. Uno sconquasso ormonale che mi fa piangere davanti a Masterchef e rimpiangere i più improponibili ex fidanzati e amici.  Dio non esiste ma se esiste è un biologo sadico e maschilista.

La suprema arte del decidere: continuo a fare cazzate, ma diciamo che ora le faccio con una certa competenza ed esperienza.

“The most important decision you make is to be in a good mood.” Voltaire  

“Never make a decision when you need to pee.”  Leonard Cohen (Beautiful Losers)

Pagare per avere un attacco di panico? Ci son andata vicina. Son andata alla mostra Decision Making di Carsten Holler alla Hayward Gallery e dopo tre minuti son entrata nel panico. E non era quello che si prova davanti a una decisione da prendere, ma il panico da claustrofobia. Si’, nella presentazione  avvisano i claustrofobici di evitare la mostra, ma non ho mai pensato di farne parte. Ecco.

Mi son trovata dentro a un tunnel completamente al buio, dove si avanza senza sapere bene dove si stia andando. I passi e le voci degli altri visitatori rimbombano fra le pareti di acciaio e si percepisce quanto il tunnel sia minuscolo e quanto l’aria un poco manchi. Con tali premesse, il mio respiro ha iniziato ad affannarsi  e la mia mente a deambulare. Ma mi son detta: “Fra poco sarò fuori e ancor di più, non posso pagare per avere un attacco di panico!”. Almeno quelli datemeli gratis.

Vedere il mondo al contrario. Divertente ma fa venire ancora più nausea

Vedere il mondo al contrario. Divertente ma fa venire ancora più nausea.

Uscita – vittoriosa –  ho realizzato che l’amico che era entrato con me – dalla stessa porta- era sbucato da un altro sbocco.  Questo mi ha affascinato, caro Holler (lo so che non te ne frega nulla ma e’ stato l’unica opera ad affascinarmi nell’intera mostra). Mentre ero nel tunnel ero convinta di percorrere l’unico tragitto possibile, e invece no, cara mia, avevo preso delle decisioni senza saperlo, facendo finta di non saperlo, talmente ero cotta dall’ansia e dalla fretta di uscire da li.

Il dilemma di decidere: da che film guardare, a quale città vivere, morire, a chi frequentare, a chi annoiare, a chi baciare, a quale gruppo o non gruppo appartenere.

Quel cavolo di tunnel/attacco di panico è stato l’unico pezzo di questa mostra a farmi veramente riflettere su decision making e su quanto sia stata fessa, e su quanto sarò fessa anche in futuro.11219060_10153148039805745_8289601038891357313_n

Quante decisioni non ho  preso non riflettendo abbastanza attentamente sulle differenti opzioni? Non soffermandomi sul fatto che ci fossero proprio delle opzioni e non solo una via dritta da seguire? Quanto per fretta, panico, horror vacui, paura dell’incertezza, pigrizia, dipendenza dalla zona comfort (che poi così comfort non è, dato che se la guardi bene ha tutte le sembianze di una bella prigione con i cuscini)  mi hanno reso una mezza imbecille?

Questo è il mio ennesimo elogio alla razionalità, al buon senso, alla pazienza e alla comprensione della realtà e di noi stessi.

Basta con sta emotivita’ da salotto che tutti sbattiamo in faccia agli altri, anche agli sconosciuti.

Insomma son pronta a risbagliare, ma voglio risbagliare meglio e con molta, con molta più competenza.

The straight line, a respectable optical illusion which ruins many a man

Victor Hugo – Le Miserablés

La gelosia? “La gelosia è un abbaiare di cani che attira i ladri” (Karl Kraus)

Non son mai stata fan della possessione, che si trattasse di amicizia o di amore. Questo non vuole dire che non abbia mai sentito un sentimento di possessione verso alcune persone. Ma  sentire questo legame giustifica la nostra gelosia? Assolutamente no.

Non ho mai capito le gelosia. Alcuni dicono che la gelosia sia uno degli ingredienti massimi nei rapporti che siano di amicizia o d’amore. Il collante del desiderio, nel secondo caso.

Non so di che rapporto d’amore si tratti ma a me non interessa. O meglio, ho sempre visto come un sentimento sano l’istinto di essere gelosa solo quando mi ha spinto a comprendere meglio alcune cose, ma non oltre. Quando super quel confine, penso diventi insicurezza, possessione, miseria, dipendenza.

Vivian Maier

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Non mi va di essere gelosa. O meglio, non voglio stare con nessuno che alimenti in me un qualsiasi prolungato sentimento di gelosia. Dal momento in cui son gelosa, credo che questa persona non faccia per me.

Non voglio tenere nessuno per dovere. Non voglio avere nessuno per stipulato contratto.

Nel momento in cui te ne vuoi andare,  sei libero di andartene. Ma questo non vuol dire che ognuno sia libero di fare ciò che vuole.

O meglio. Tu sei libero di fare quello che vuoi. Ma questa libertà che ti do’, sappi che non e’ un regalo. E’ la libertà che dono a me stessa. L’indipendenza che cerco ogni giorno, anche fra mille ricadute e sbagli. L’indipendenza che voglio per essere libera di essere ciò che voglio, e non certo una marionetta agitata da alcune dozzinali passioni.

Forse questo mi donerà più solitudine che legami d’amore. Ma di un legame così, cosa me ne faccio?

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by Vivian Maier