Non è che se non dici/scrivi la tua significa che non esisti. E neanche palesi che sei un idiota. Anzi.. Sulla temuta arte del silenzio.

‘Silence is only frightening to people who are compulsively verbalizing.”  W. Burroughs

Parla poco e ascolta assai, e giammai non fallirai.

 

Sapete quando siete piccoli e vostra madre o la maestra o il professore vi guardano di sbieco ammonendovi di stare zitti se non sapete qualcosa? Meglio stare zitti che dire stronzate, insomma. A me è capitato spesso perché ho sempre avuto una acuta tendenza a volere dire sempre la mia. Non sempre a proposito, anzi spesso a sproposito.

Anche ora, ogni giorno, faccio un esercizio di autocensura unito allo sforzo di dire meno cose possibili ma più ponderate possibili. Di nuovo, non sempre ci riesco. Anzi spesso fallisco. E forse già lo sapete.

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TOTALE

Mia nonna è bravissima nel non autocensurarsi. Lei le spara proprio tutte (o magari si autocensura, anche… OH MY GOD). In questo marasma, a volte dice delle genialate, altre, le vorresti detonare le corde vocali.

Succede una tragedia – vicino a casa – (e Beirut? E l’aereo russo? E la Nigeria?) e molti sui social network diventano improvvisamente giornalisti o esperti di politica medio-orientale, di intelligence e terrorismo. Persone che mai avresti detto.

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Il SUNTO by Davide Incorvaia

Son molto capra, io. In molti argomenti. E molti di voi credo lo siano. Proprio per questo credo nel silenzio, nel momento in cui valga la pena ascoltare, invece che scrivere compulsivamente. Perché non ritornare ai classici ’10 secondi’ prima di dire qualcosa?  Di giardinaggio, fisica quantistica o raggi ultravioletti ne so poco e niente quindi mai mi addentrerei a intavolare una conversazione. ‘La teoria del Big Bang? Una boiata pazzesca!’.

L’urgenza di dire è umana. Ma allora non sarebbe meglio comprarsi un bel diario, una di quelle belle smemorande anni ’90 e scriverci tutte le cose che  passano per la testa?

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Mia nonna e l’i-pad. Dovete vedere come si incavola quando legge il giornale e non riesce a girare pagina.

La scrittura è terapeutica, ma non puoi coinvolgere 1000 persone nella tua cazzo di terapia. Soprattutto se quelle persone non lo hanno richiesto.

Conoscere se stessi e capire quando è il momento di tacere, ecco quella credo sia una bella virtù da coltivare. E lascio a voi riflettere sul fatto che parlo del silenzio, parlando.

A volte mi son sentita in colpa di non trovare le parole adatte per dire qualcosa a qualcuno in un certo momento. Ma non posso negare, che la maggior parte delle volte in cui mi son sforzata di colmare quell’imbarazzo, ecco quelle volte, il risultato è stato ancora peggiore. E quelle parole sbagliate son diventate una vera omissione.

Stay foolish, stay in silence.

You Porn (L’Isis non ci sconfiggera’ mai)

 

Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore (anche nei momenti dolci), dell’ira, della maraviglia, del timore

Leopardi

 

“Il massimo impegno civile è l’auto-contestazione”, ovvero come cercare di non intorpidirsi e smetterla di accettarsi per quello che si è.

“Non provava ribrezzo per tutti i dogmi, per tutte le affermazioni non dimostrate, per tutti gli imperativi? Lo provava.”

Primo Levi (o come scriverebbero alcuni, I Levi) parla nel suo memoir Il Sistema Periodico di Sandro, amico, compagno di studi e di escursioni ad alta quota, uno di quelli che gli aveva insegnato a vivere (la montagna), e a non scoraggiarsi mai “perché è dannoso e quindi immorale, quasi indecente”.  Uno di quelli che parlano poco, ma fanno tanto, quindi uno di quelli che ora rischierebbero di non essere notati perché non ci romperebbero le palle su Facebook (se ci pensiamo Facebook e Twitter son il massimo emblema del fancazzismo cosmico:  tutti che parliamo, senza combinare nulla, o ancor peggio mostrando a tutti quel poco che abbiamo combinato, come una torta, un nuovo taglio di capelli o addirittura un figlio).

Mia nonna. Non mette mai le calze. Neanche se ci son 3 gradi.

Mia nonna. Non mette mai le calze. Neanche se ci son 3 gradi.

Ho letto il Sistema Periodico di Primo Levi e mi son chiesta “Perché ho aspettato così tanto?”. Levi racconta la sua vita da chimico, da scrittore, da deportato di  attraverso alcuni elementi chimici e lo fa in una maniera pratica, umana, scientifica. In barba ai sentimentalismi, in cerca di una morale, di un’etica in cui i confini tra scienza e letteratura si confondono.

“La nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove ed errori, era consistita nel farsi signore della materia… mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele… vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere noi stessi.”

Vincere, comprendere, perdere anche, superare i propri limiti (che non son quanti negroni puoi bere in una sera, purtroppo). Levi, che nascerà e morirà nella stessa casa torinese, passando una vita fra la fabbrica di vernici dove lavorava e la scrivania ( a parte il periodo deportato) rimpiange le sue escursioni con Sandro. Escursioni che lo avevano portato anche a vivere situazioni di pericolo. Raccolta di una notte passata al gelo, con il pericolo di morire assiderati.  Levi lo ringrazia per quelle “imprese insensate solo in apparenza” che lo hanno fecero sentire”forte e libero”, libero anche di sbagliare.

C’ho messo 30 anni ad accettarmi per quello che sono, come i saggi o meglio i pseudo saggi pop consigliano, e ora che ci sono, ho deciso che sta roba di accettarsi mi sembra una gran approssimazione. Fra l’autodistruzione e l’accettarsi ci sara’ una sana via di mezzo. E poi a dirla tutta, a furia di accettarmi per come sono, mi sembra di stare accettando un po’ troppo.

Sandro Dalmastro.

Sandro Dalmastro.

PS L’amico di Levi, Sandro Dalmastro fu ucciso nel 1944 dai nazifascisti, con una raffica di mitra – e divenne così il primo Caduto del Comando militare piemontese del Partito d’Azione.  Il Partito d’Azione, ovvero i figli combattenti di Giustizia e Liberta’, uno dei pochi movimenti liberali degni di questo nome che l’Italia abbia mai visto.

Ne parlano solo le femministe ossessionate e le pubblicità (e South Park) ma quanti casini combinano.

– Be’, mi dispiace Wendy ma io non mi fido di una cosa che sanguina per cinque giorni e che non muore. (South Park: il film – Più grosso, più lungo & tutto intero)

In Inghilterra se c’è un argomento TOP SECRET è quello delle  mestruazioni.

Non ho mai sentito in nessuno in ufficio dire ‘Non sto bene, mi son venute le mie cose’,  neanche fra le mie colleghe più amiche (e lavoro nell’editoria, dove il 70 percento è donna). Anzi, io, che son una di quelle tipiche donne con gli ormoni in una ottovolante tutto il mese, quando ho detto ‘ I am not really well. You know. Period, migraine..’, son stata guardata con uno sguardo sopreso come se avessi detto ‘Sai, ti ho appena rubato la carta di credito’.

La mia ex manager  una volta mi disse ‘Anna you are so obsessed with your period!’ solo perché  una volta ogni tanto tiravo fuori questo fenomeno naturale, biologico che alle donne, a tutte le donne, capita una volta al mese.

Perche' son in pre-mestruo

Perche’ son in pre-mestruo

Per non dire quando, sprovvista, chiedi un assorbente. Qua in UK la tua collega o compagna di corso te lo da avvolto in un fazzoletto di carta, se non impacchettato, di nascosto, attenta che nessuno lo veda, come fosse una pastiglia di anfetamina. Per non dire delle donne che vanno con la borsa in bagno. E dire che ce le abbiamo tutte le mestruazioni. Un po’ di pudore va bene, ma che sia un tabu’ mi pare un po’ troppo.

Comunque, tutto per dire, che nessuno ne parla, ne’ qua, ne’ in Italia (se non quei giornaletti da sottosviluppate e le femministe ossessionate) ma le mestruazioni sono una grandissima rottura di scatole: son un impegno economico (avrei potuto fare il giro del mondo, dio cristo), una porta al suicidio (ormoni che si picchiano fra di loro ogni volta e ti portano in un baratro di fastidio), isteria a gratis e tanta confusione.

Non so se avro’ figli o meno nella mia vita. Non lo so.  Quando ero piccola dicevo che ne avrei avuti 4 e che se anche non avessi avuto un uomo degno, li avrei fatta comunque da sola. Ora, crescendo, non penso piu’ siano una tappa obbligata. Si, o no? Dipende da cosa succedera’.

Rimane il fatto che non capisco perché  quelli senza figli sian spesso visti come egoisti, individualisti, non disposti al sacrificio. Quanti genitori egoisti conosco? Non credo che fare figli voglia dire essere automaticamente altruisti. Se vuoi  essere altruista vai ad aiutare i figli sfortunati degli altri, e non creartene di propri, quello in fondo può essere visto come un puro atto egoista. Un bellissimo atto di duplicazione della tua specie. O no?

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Pero’ non avere figli significhera’ non dare un senso a tutta questa botta ormonale che mi perseguita da tutta la vita e mi fa diventare cosi’ patetica, depressa e grottesca una volta al mese. Uno sconquasso ormonale che mi fa piangere davanti a Masterchef e rimpiangere i più improponibili ex fidanzati e amici.  Dio non esiste ma se esiste è un biologo sadico e maschilista.

La suprema arte del decidere: continuo a fare cazzate, ma diciamo che ora le faccio con una certa competenza ed esperienza.

“The most important decision you make is to be in a good mood.” Voltaire  

“Never make a decision when you need to pee.”  Leonard Cohen (Beautiful Losers)

Pagare per avere un attacco di panico? Ci son andata vicina. Son andata alla mostra Decision Making di Carsten Holler alla Hayward Gallery e dopo tre minuti son entrata nel panico. E non era quello che si prova davanti a una decisione da prendere, ma il panico da claustrofobia. Si’, nella presentazione  avvisano i claustrofobici di evitare la mostra, ma non ho mai pensato di farne parte. Ecco.

Mi son trovata dentro a un tunnel completamente al buio, dove si avanza senza sapere bene dove si stia andando. I passi e le voci degli altri visitatori rimbombano fra le pareti di acciaio e si percepisce quanto il tunnel sia minuscolo e quanto l’aria un poco manchi. Con tali premesse, il mio respiro ha iniziato ad affannarsi  e la mia mente a deambulare. Ma mi son detta: “Fra poco sarò fuori e ancor di più, non posso pagare per avere un attacco di panico!”. Almeno quelli datemeli gratis.

Vedere il mondo al contrario. Divertente ma fa venire ancora più nausea

Vedere il mondo al contrario. Divertente ma fa venire ancora più nausea.

Uscita – vittoriosa –  ho realizzato che l’amico che era entrato con me – dalla stessa porta- era sbucato da un altro sbocco.  Questo mi ha affascinato, caro Holler (lo so che non te ne frega nulla ma e’ stato l’unica opera ad affascinarmi nell’intera mostra). Mentre ero nel tunnel ero convinta di percorrere l’unico tragitto possibile, e invece no, cara mia, avevo preso delle decisioni senza saperlo, facendo finta di non saperlo, talmente ero cotta dall’ansia e dalla fretta di uscire da li.

Il dilemma di decidere: da che film guardare, a quale città vivere, morire, a chi frequentare, a chi annoiare, a chi baciare, a quale gruppo o non gruppo appartenere.

Quel cavolo di tunnel/attacco di panico è stato l’unico pezzo di questa mostra a farmi veramente riflettere su decision making e su quanto sia stata fessa, e su quanto sarò fessa anche in futuro.11219060_10153148039805745_8289601038891357313_n

Quante decisioni non ho  preso non riflettendo abbastanza attentamente sulle differenti opzioni? Non soffermandomi sul fatto che ci fossero proprio delle opzioni e non solo una via dritta da seguire? Quanto per fretta, panico, horror vacui, paura dell’incertezza, pigrizia, dipendenza dalla zona comfort (che poi così comfort non è, dato che se la guardi bene ha tutte le sembianze di una bella prigione con i cuscini)  mi hanno reso una mezza imbecille?

Questo è il mio ennesimo elogio alla razionalità, al buon senso, alla pazienza e alla comprensione della realtà e di noi stessi.

Basta con sta emotivita’ da salotto che tutti sbattiamo in faccia agli altri, anche agli sconosciuti.

Insomma son pronta a risbagliare, ma voglio risbagliare meglio e con molta, con molta più competenza.

The straight line, a respectable optical illusion which ruins many a man

Victor Hugo – Le Miserablés

La gelosia? “La gelosia è un abbaiare di cani che attira i ladri” (Karl Kraus)

Non son mai stata fan della possessione, che si trattasse di amicizia o di amore. Questo non vuole dire che non abbia mai sentito un sentimento di possessione verso alcune persone. Ma  sentire questo legame giustifica la nostra gelosia? Assolutamente no.

Non ho mai capito le gelosia. Alcuni dicono che la gelosia sia uno degli ingredienti massimi nei rapporti che siano di amicizia o d’amore. Il collante del desiderio, nel secondo caso.

Non so di che rapporto d’amore si tratti ma a me non interessa. O meglio, ho sempre visto come un sentimento sano l’istinto di essere gelosa solo quando mi ha spinto a comprendere meglio alcune cose, ma non oltre. Quando super quel confine, penso diventi insicurezza, possessione, miseria, dipendenza.

Vivian Maier

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Non mi va di essere gelosa. O meglio, non voglio stare con nessuno che alimenti in me un qualsiasi prolungato sentimento di gelosia. Dal momento in cui son gelosa, credo che questa persona non faccia per me.

Non voglio tenere nessuno per dovere. Non voglio avere nessuno per stipulato contratto.

Nel momento in cui te ne vuoi andare,  sei libero di andartene. Ma questo non vuol dire che ognuno sia libero di fare ciò che vuole.

O meglio. Tu sei libero di fare quello che vuoi. Ma questa libertà che ti do’, sappi che non e’ un regalo. E’ la libertà che dono a me stessa. L’indipendenza che cerco ogni giorno, anche fra mille ricadute e sbagli. L’indipendenza che voglio per essere libera di essere ciò che voglio, e non certo una marionetta agitata da alcune dozzinali passioni.

Forse questo mi donerà più solitudine che legami d’amore. Ma di un legame così, cosa me ne faccio?

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by Vivian Maier

Londra dà tanto ma tanto prende (sicuramente meglio che vivere in un limbo di inettitudine)

Ho cambiato lavoro e casa editrice.

Una cosa bella del mio nuovo ufficio:  mangio la mia scatola del pranzo (ovvero lunch box) davanti all’uovo di Jeff Koons  e faccio la pipi’ vicino alla Mappa del Mondo di Boetti. I miei colleghi non sembrano così impressionati di lavorare in un edificio che contiene 200 opere d’arte contemporanea. Io ne ho parlato ininterrottamente per 3 giorni. I nostri uffici son nel palazzo di Monsoon, una marca british di vestiti (orribili).

MIL-california-lo_jpg_920x490_q95 Il fondatore di Monsoon Peter Simon ha iniziato la sua ‘piccola’  collezione di arte contemporanea nel 2000 (esposta tutta in sede) forse inconsciamente anche per scusarsi dello scempio che affligge ai look, già non sempre proponibili, delle mademoiselle inglesi e non. Comunque anche questo è Londra. Accetti un lavoro e ti dici “carini gli uffici”, per finire a dire “ammazza Oh! Lo devo scrivere su Facebook. Anvedi! Come magnare davanti al Colosseo” (OK ora sto esagerando).

Una brutta cosa: son vicinissima a uno dei centri commerciali più grandi di Londra, ovvero Westfield. I centri commerciali non mi piacciono, ma i vestiti sì. E son pronta anche eroicamente a valicare tutta l’ala di un centro commerciale per raggiungere la tuta dei miei sogni. E poi, esci dall’ufficio dopo una giornata di lavoro faticosa, e piove ( e ultimamente piove molto spesso), e cosa fai?  Non dai sfogo al lato più basso e consumista compiacendoti di un acquisto completamente inutile?

Mi sorprende vedere fiumane di persone a bere e mangiare dentro il centro commerciale. Esci dall’ufficio e ti chiudi nel centro commerciale a fare due passi e a mangiare un hamburger ? Io lo chiamo masochismo. Kimsooja_Bottari-Truck_jpg_596x314_q95

Tutto per dire, Londra dà tanto, ma tanto prende (sicuramente meglio che un limbo di inettitudine, almeno vi è uno scambio). Dà energia ma te ne prende al cubo fra lavoro, distanze, metro stracolme, deadline, spintonate da sconosciuti (che mentre ti spintonano ti dicono SORRY).

Dà un lavoro e soldi ma fra casa, mezzi, cibo, uscite, casa, casa, e varie dipendenze per riprendersi, riprende.

Dà entusiasmo e non puoi che rimanere entusiasta.

A Londra non ti puoi fermare, qualsiasi cosa tu voglia fare. C’è gente che fa jogging anche alle 4 del mattino ( e mi chiedo sempre si sarà appena alzato o starà per andare a dormire?).

Lo so che non ci credete ma ci son anche i lati belli nel non essere belli, parola di Iris Apfel

Ma chi è bello e non se ne compiace ? E chi non vorrebbe essere bello, anzi bellissimo?

Oggi ho letto l’intervista su The Observer alla designer quasi centenaria Iris Apfel – diventata di culto per le sue mise a 90 anni –  e mi ha fatto veramente sorridere (si scusa con la giornalista mentre toglie dalla bocca un chewing gum dicendo “Excuse me but the gum is what usuairis-apfel-copylly keeps me awake. Scusami ma la gomma è ciò che di solito mi tiene sveglia “).

Apfel racconta come non  sia mai stata bella da bambina:

I wasn’t pretty when I got married either, and I never cared. I never liked pretty. I mean, it’s nice, don’t misunderstand me, but I never got upset. And I was quite glad in a way, because it put my mind to other things.”

“Non son mai stata bella, e ne son stata felice in qualche modo, perchè mi ha permesso di concentrarmi su altre cose. ” Alcuni diranno, ecco la scusa di chi non è bello/a. Non prendiamoci in giro.

Ma diamine,  se ci sono dei lati positivi nell’essere belli, devono esserci anche lati positivi nel non esserlo.

E poi per una volta, diciamolo, la bellezza è sopravvalutata, come il sesso, come La Grande Bellezza e molto altro.

It put my mind to other things.

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Ecco il vantaggio. Se non sei bella ,  per essere reale, non c’è bisogno che gli altri ti guardino. Se non aspetti l’ammirazione altrui, se sai che alla festa nessuno ti verrà a parlare solo perchè sembri la madonna vergine moderna, se sai che per essere vista devi farti vedere (e se non vuoi essere vista PERFETTO, non devi fare nulla! neanche nasconderti) ecco forse diventi più indipendente.

Questa non vuole essere ne’ un’apologia alla bruttezza ne’ a quella boiata retorica sulla bellezza interiore.

Questa vuole essere un’apologia all’indipendenza. E’ quello a cui voglio mirare. Voglio  essere sempre più  indipendente dagli sguardi di approvazione altrui. Basare sempre meno il giudizio che ho di me stessa  sull’opinione degli altri.

More is more and less is a bore.