Dieci tipologie di profili Facebook da cui non puoi scappare.

 

Dal posta-cibo al dio dei cani:.

Io e i cani. Le foto su Facebook: I figli vincono, ma se non si han figli, si mettono i cani. Se non si han cani, si mettono i gatti. Se non si han gatti, si mettono i cani degli altri. Giuro, da un giorno all’altro il vostro gatto non cambia. Giuro.

Ho figliato dunque sono. Aristide ha detto questo. Ecco Aristide dopo il bagnetto. Ecco Aristide che ride. Ogni scarrafone è bello a mamma sua, si dice, e non è una frase che ho inventato io.

10462456_10153642788002053_6872968460419405220_n

Con questa bellissima foto, vi auguro Buon Natale.

Il posta cibo. E’un feticista del cibo.  Tiene veramente tanto a tenerci informati, ogni giorno, di quello di cui si ciba. Anche se si tratta di un piatto di pasta al pomodoro ornato da una foglietta di basilico rattrappita  su un tavolo bisunto.

 

I selfie dipendenti. Conosco gente che si fa un selfie al giorno. Credimi un selfie al giorno, non leva lo psicologo di torno.

 

L’ intellettuale virtuale. Rompere le palle con i libri che si leggono: bravo che leggi. Siam veramente contenti che sei capace a leggere. In questo gruppo ci son io.

birra

“Come essere un vero British”. Ho iniziato male. Un vero British mai prenderebbe una birra piccola.

Gli innamorati cronici. Foto del profilo: tu e lui. Foto in copertina: tu e lui. Messaggi d’amore sulla bacheca. Un amore Shining, dato che spesso gli innamorati cronici 1) Vivono insieme 2) Mentre postano queste cose su Facebook sicuro si tartassano su Whatsapp. Io mi chiedo sempre, e se ti lasci? Che fai con tutto quell’amore virtuale sparpagliato?!

 

I posta frasi motivazionali come quelle cartoline con scritto ‘Credi più in te stesso, ne sai più di quanto credi’ e dietro un pony che vola. E poi ne sai più di cosa? Mah.   Uno studio in US  ha dimostrato quanto gli amanti di queste frasette siano generalmente più stupidi. Ma io dico, bisognava fare uno studio per capirlo?

 

I profili fantasma. Quelli che mai leverai dalla bacheca perche in effetti è come se non ci fossero. Ma magari spiano, neh.

 

I ‘too much information’. Quelli che dicono ai loro 1000 amici su Facebook proprio i cazzi loro.

 

I commentatori al cubo. Ci sballano a fare il commento del commento. I commentatori al cubo amano Morandi, Salvini e la Cuccarini.

 

Annunci

Ti senti una persona coraggiosa? (No, le foto con la tigre non valgono)

Above all, be the heroin of your life, not the victim’  by Norah Ephron

Chi non fa, non rompe’ by mia madre

 

Gli anni solari son una gran illusione, si sa.  Un anno che finisce (ma poi cosa finisce?!) e ne inizia uno nuovo (ma poi cosa inizia?). La mia agenda del  2015 iniziava con una scritta a lettere cubitali CORAGGIO. E direte, che tenera, che patetica, che quindicenne. A gennaio avevo deciso che avrei voluto essere mediamente più coraggiosa, e ora ho capito che dovrà valere per tutti gli anni solari che mi restano (senza coraggio che ci resta da fare?).

12312288_10153102375225855_533335558_n-2

Ma dico ci son riuscita? Non proprio. Non completamente. A volte sì, a volte proprio no.

Direi che un bilancio del 2015 non lo voglio fare. I bilanci lasciamoli ai ragionieri, ai commercialisti e agli spilorci. Ma, a qualche spunto di riflessione su come potrei essere un poco più coraggiosa son arrivata, credo.

  1. Sentirsi adeguati è una delle nostri aspirazioni naturali. Ma sentirsi adeguati è mezzo morire.  Va bene solo per qualche istante. Io voglio sentirmi adeguata nell’essere inadeguata. Ecco.

2. Basta “contare le pecore della mia coglionaggine” (cit. Diego De Silva). Basta rimuginare sugli sbagli, sulle omissioni. A cosa serve rimuginare? Meglio riflettere, e se lo sbaglio persiste, mettere in atto una strategia risolutiva. E ripartire con la sciabola in mano, non con la valigietta delle paranoie.

photo

3. Avere il coraggio di non essere nessuno. Nessuno. Tanto lo sei, nessuno.

4. Come disse Churchill: “Success is not final, failure is not fatal: it is the courage to continue that counts.” E’ la tenacia quella che conta, soprattutto. Non so quanti colloqui ho fatto e non so stata richiamata, quanti uomini da cui ero attratta che mi han deluso o semplicemente dato buca, per non dire le proposte di lavoro a magazine e giornali andate a vuoto. Qualche anno fa sarei andata ogni volta in ansia, sarebbero state prove del mio non valore, sfiduciandomi. Ora mi scombussolano molto meno. Sarebbe uno spreco di tempo.

Come è stato possibile questo cambiamento? Ho scoperto l’acqua calda, ovvero che se il piano A non funziona, si può passare al B, e se il B delude ci può essere sempre il C, e dal C si può arrivare fino al Z. (Va be’, se vuoi essere Miss Mondo e sei bruttina o se vuoi ottenere la medaglia d’oro agli anelli a 50 anni dopo una vita da impiegato, quelli son problemi tuoi).

5. Non aspettare (parlando di uomini come di lavoro come di amicizia). A volte ho aspettato una chiamata o una email semplicemente perché avevo paura di un ni, o di un NO. Ora invece mi dico, chiama, scrivi, digita, parla (non è un incitamento allo stalking né al pedinamento).  Questo tempo di attesa  fa perdere molto tempo (soprattutto mentale). Non sia mai che mentre aspetto dalla finestra quel qualcosa o qualcuno, stia perdendo qualcosa d’altro – e anche se non perdo niente, non importa, comunque ho preso in mano la situazione.

 

“Knowing you might not make it… in that knowledge courage is born.”

W. Burroughs

Lettera alle femminazi, alle nuove bacchettone. Non voglio essere speciale solo perché sono una donna, no grazie. E non voglio la protezione di nessuno

“It’s a good thing I was born a girl, otherwise I’d be a drag queen.”
Dolly Parton

 

Lettera alle femministe di casa nostra Europa che si lamentano dell’oggettivazione mediatica del corpo femminile, che si lamentano dei magazine, dei film porno e del vicino di casa che le chiama Darling.

Care femminazi, care bacchettone 4.0,

Andate in Arabia Saudita, in Pakistan. Andate in Iran, in Burkina Faso, andate in Somalia o in Nigeria. State qua? Parlate di maternità, aborto, mutilazione genitale (avviene anche qui in Europa), parlate di diritti civili, parlate di diritti per tutti.

Photo on 01-08-2015 at 15.30 #3

IO METTO QUESTA FOTO MA LO FACCIO SOLO PER ME STESSA, OH

Ma, perfavore non ci rompete le palle con due foto di culi, con il vicino di casa che vi dice che belle che siete e con i magazine che vi dicono di dimagrire. E che noia. Cavoli vostri se date peso a quella pubblicità, se non rispondete a modo a quel vicino e se comprate quei magazine e ancor di più cavoli vostri se non avete educato i vostri figli a rispettare gli esseri umani, qualsiasi genere siano.  E che dire se la mattina leggete quella boiata pazzesca di Metro, piena di vip e tette, solo perché è gratis? Ve la siete cercata.  Avete scelto di leggerlo, nessuno vi ha imposto nulla! Per non parlare delle terza pagina de The Sun. Ma io dico, il Sun si compra, non è che ti svegli e qualcuno ti costringe a leggerlo e a guardare la terza pagina con la ragazza di turno in topless.

Un paio di settimane fa una giovane avvocato londinese Charlotte Proudman  ha messo alla gogna mediatica (su Twitter) un altro avvocato che lei aveva contattato, per motivi professionali, su Linkedin. Charlotte lo ha accusato di comportamento misogino dopo aver ricevuto da lui apprezzamenti sulla foto del suo profilo (ha scritto che la foto era stunning, molto bella). A parte  la non appropriatezza del commento (e comunque non ha commesso nessun reato, semmai ha mancato di stile), è legittimo, etico fare un public shaming sui social network (si torna al medioevo? Pubblica gogna senza appello?).

Ma vedo anche in questo Al lupo al lupo, una forma di vittimismo, capace di dare importanza a una tale inezia. E son accorsi in migliaia a ritwittare, convidere e applaudire la condanna di quel stunning in un sito di lavoro. Bisogna arrivare a questo tipo di terrore? Non basta, saper rispondere a tono, ignorare o affrontare qualsiasi commento non gradito?

E’ indubbio che ancora un sessismo culturale esista, ma siamo sicuri che per combatterlo sia necessario diventare delle bacchettone? Volevamo essere libere di essere, e ora ci troviamo a censurare, auto-censurare e giudicare?  Vogliamo proteggerci ed essere protette come fossimo delle bambine senza difese?

Come le quote rosa. Ma che  senso hanno. Come i premi letterari solo per donne. Ma cosa siamo? Delle sottosviluppate? Abbiamo bisogno del regalino, del recintino? Io non voglio entrare dalla porticina, voglio entrare dalla porta principale, oh. Noi occidentali, non siamo più il secondo sesso.

Questo  femminismo pop sta diventando patetico nel suo conformismo.  Ora va di moda, e moda sia. E le mode si sa, spesso si assumono senza capire bene il perché ma per sentirsi un po’ speciali. Si segue la scia, illudendosi di essere particolari. Particolari come un paio di jeans sdruciti della Levi’s. Insomma finché è un vestito o  un accessorio va bene, ma quando diviene una maniera di pensare?

Non voglio essere un essere speciale solo perché son una donna. No, grazie.

I’ve used my femininity and my sexuality as a weapon and a tool… but that’s just natural.

by Dolly Parton

Articolo da leggere su The Spectator:

Feminism is over, the battle is won. Time to move on

“Il massimo impegno civile è l’auto-contestazione”, ovvero come cercare di non intorpidirsi e cercare ogni giorno di sfidare i propri limiti.

“Non provava ribrezzo per tutti i dogmi, per tutte le affermazioni non dimostrate, per tutti gli imperativi? Lo provava.”

Primo Levi parla nel suo memoir Il Sistema Periodico di Sandro, amico, compagno di studi e di escursioni ad alta quota, uno di quelli che gli aveva insegnato a vivere (la montagna), e a non scoraggiarsi mai “perché è dannoso e quindi immorale, quasi indecente”.  Uno di quelli che parlano poco, ma fanno tanto, quindi uno di quelli che ora rischierebbero di non essere notati perché non ci romperebbero le palle su Facebook.

Mia nonna. Non mette mai le calze. Neanche se ci son 3 gradi.

Mia nonna. Non mette mai le calze. Neanche se ci son 3 gradi.

Ho letto Il Sistema Periodico e, finito, mi son chiesta il perché avessi aspettato così tanto. Levi racconta la sua vita da chimico, da scrittore, da deportato, attraverso alcuni elementi chimici e lo fa in una maniera pratica, umana, scientifica. In barba ai sentimentalismi, in cerca di una morale, di un’etica in cui i confini tra scienza e letteratura si confondono.

“La nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove ed errori, era consistita nel farsi signore della materia… mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele… vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere noi stessi.”

Vincere, comprendere, perdere anche, superare i propri limiti (che non son quanti negroni puoi bere in una sera, purtroppo). Levi, che nascerà e morirà nella stessa casa torinese, passando una vita fra la fabbrica di vernici dove lavorava e la scrivania ( a parte il periodo ad Auschwitz) rimpiange le sue escursioni con Sandro, in cui avevano anche vissuto situazioni di pericolo. Racconta di una notte passata al gelo, con il pericolo di morire assiderati.  Levi lo ringrazia per quelle “imprese insensate solo in apparenza” che lo hanno fecero sentire”forte e libero”, libero anche di sbagliare.

 

Sandro Dalmastro.

Sandro Dalmastro.

PS L’amico di Levi, Sandro Dalmastro fu ucciso nel 1944 dai nazifascisti, con una raffica di mitra – e divenne così il primo Caduto del Comando militare piemontese del Partito d’Azione.  Il Partito d’Azione, ovvero i figli combattenti di Giustizia e Libertà, uno dei pochi movimenti liberali degni di questo nome che l’Italia abbia mai visto.

Ne parlano solo le femministe ossessionate e le pubblicità (e South Park) ma quanti casini combinano.

– Be’, mi dispiace Wendy ma io non mi fido di una cosa che sanguina per cinque giorni e che non muore. (South Park: il film – Più grosso, più lungo & tutto intero)

 

In Inghilterra se c’è un argomento TOP SECRET è quello delle  mestruazioni.

Non ho mai sentito in nessuno in ufficio dire “Non sto bene, mi son venute le mie cose”, neanche fra le mie colleghe più amiche (e lavoro nell’editoria, dove il 70 percento è donna). Anzi, io, che son una di quelle tipiche donne con gli ormoni su un’ottovolante tutto il mese, quando ho detto “I am not really well. You know. Period, migraine..”, son stata guardata con uno sguardo sorpreso come se avessi detto “Sai, ti ho appena rubato la carta di credito”.

La mia ex manager una volta mi disse “Anna, you are so obsessed with your period!” solo perché una volta ogni tanto tiravo fuori questo fenomeno naturale, biologico che alle donne, a tutte le donne, capita una volta al mese.

Perche' son in pre-mestruo

Perché son tutte in pre-mestruo.

Per non dire quando, sprovvista, chiedi un assorbente. Qua a Londra la tua collega o compagna di corso te lo da avvolto in un fazzoletto di carta, se non impacchettato, di nascosto, attenta che nessuno lo veda, come fosse una pastiglia di anfetamina. Per non dire delle donne che vanno con la borsa in bagno. E dire che ce le abbiamo tutte le mestruazioni. Un po’ di pudore va bene, ma che sia un tabù mi pare un po’ troppo.

Non molti parlano di mestruazioni –  qua,  in Italia (se non quei giornaletti da sottosviluppate e le femministe ossessionate)-  ma le mestruazioni sono una grandissima rottura di scatole: son un impegno economico (avrei potuto fare il giro del mondo, dio), una porta al suicidio (ormoni che si picchiano fra di loro ogni volta e ti portano in un baratro di fastidio), isteria a gratis e tanta confusione.

10432037_725353340855592_1503884353_a

Non so se avrò figli o meno nella mia vita. Non lo so.  Però una cosa la so: non averli significherà non dare un senso a tutta questa botta ormonale che mi perseguita da tutta la vita e mi fa diventare così patetica, depressa e grottesca per alcuni giorni ogni mese.  

Uno sconquasso ormonale che mi fa piangere davanti a Masterchef e rimpiangere i più improponibili ex- fidanzati e amici.  Dio non esiste ma se esiste è un biologo sadico e maschilista.

Tanto vale dare il Premio Strega a Federico Moccia. La forza impersonale dell’acaro di Lagioia o Lanoia.

Ho messo qua sotto la lista cronologica dei vincitori del Premio Strega, ovvero il maggiore premio letterario italiano, e ormai il maggiore scempio della letteratura italiana. Per chiunque ami la letteratura, questa lista è una discesa negli inferi – o nella noia.

Il Premio Strega 2015 va all’ampolloso e sforzatissimo La Ferocia di Nicola Lagioia, o meglio Nicola Lanoia.  Come ormai abitudine il Premio Strega ribadisce la mediocrità della casta intellettuale italiana odierna. L’anno scorso ha vinto Francesco Piccolo, un autore che scrive con la sintassi di un ragazzino delle medie e snocciola banalità che in confronto la Tamaro sembra un’acrobata del pensiero.

premio-stregaPS

1950. L’immenso e disperatissimo Cesare Pavese riceve il premio Strega per La Bella Estate. “Conoscevo le case, conoscevo i negozi. Fingevo di fermarmi a guardare le vetrine, ma in realtà esitavo, mi pareva impossibile d’essere stata bambina su quegli angoli e insieme provavo come paura di non essere più io”. Articolato e chiaro come solo i veri scrittori possono esserlo. Immenso.

Giusto alcuni stralci da La ferocia per darvi l’idea:

“Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto.”

Quindi era oltre i trenta ma non aveva meno di 25 anni?! eeee? “Quanti anni ha tua madre?” “Ha poco più 60 anni. Ma guarda non ne ha meno di 55”. E beh.

“Dalle fessure della serranda il caldo entrava come i cristalli di un caleidoscopio che si tuffino nell’acqua”.  Eeeh?

“Nonostante la vespa fosse grossa dieci volte tanto – la sua puntura in grado di provocare uno shock anafilattico in un cane di piccola taglia – la forza impersonale che governava l’acaro lo spinse ad aggredirla ..” La forza impersonale dell’acaro? Ok. Bene.

Ci sono infiniti garbugli di immagini che fanno dire ad alcuni “Oooooh” (se non si capisce na mazza vuol dire che è geniale).

Lagioia mi pare un po’ confuso.

Mi dico, come è possibile che autori come Moresco e Busi non abbiano mai vinto? Una risposta veloce ce l’ho.  Perché son due autori liberi, due autori independenti. Se ne fottono di questi teatrini, non ci stanno. Loro – con solo una pagina di uno dei loro migliori romanzi –  mangiano in un solo boccone tutta  la casta e i libri che hanno vinto dalla fine degli anni ’90 in poi.

images

“Lo Strega? Un premio per analfabeti”.

La letteratura è una cosa seria e in Italia si basa, come molte cose, in scambi di favori, sorrisetti di circostanza, comparsate televisive e un conformismo (vedi Fazio Fabio e co.) che riesce ad appiattire anche la letteratura, che tutto dovrebbe fare, meno conformare il nostro pensiero.

Alla fine, giuro, penso sia più dignitoso Moccia. Almeno non ha pretese, sa quello che è. Come sempre meglio il trash dichiarato, che questo.

 

1° 1947 Ennio Flaiano Tempo di uccidere Longanesi
2°1948Vincenzo Cardarelli Villa Tarantola Meridiana
3°1949 G. B. Angioletti La memoria Bompiani
4°1950Cesare Pavese La bella estate Einaudi
5°1951Corrado Alvaro Quasi una vita Bompiani
6°1952Alberto Moravia I racconti Bompiani
7°1953 M. Bontempelli L’amante fedele Mondadori
8°1954Mario Soldati Lettere da Capri Garzanti
9°1955Giovanni Comisso Un gatto attraversa la strada Mondadori
10°1956Giorgio Bassani Cinque storie ferraresi Einaudi
11°1957Elsa Morante L’isola di Arturo Einaudi
12°1958Dino Buzzati Sessanta racconti Mondadori
13°1959 Giuseppe Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo Feltrinelli
14°1960Carlo Cassola La ragazza di Bube Einaudi
15°1961Raffaele La Capria Ferito a morte Bompiani
16°1962Mario Tobino Il clandestino Mondadori
17°1963Natalia Ginzburg Lessico famigliare Einaudi
18°1964Giovanni Arpino L’ombra delle colline Mondadori
19°1965Paolo Volponi La macchina mondiale Garzanti
20°1966Michele Prisco Una spirale di nebbia Rizzoli
21°1967Anna Maria Ortese Poveri e semplici Vallecchi
22°1968Alberto Bevilacqua L’occhio del gatto Rizzoli
23°1969Lalla Romano Le parole tra noi leggere Einaudi
24°1970 Guido Piovene Le stelle fredde Mondadori
25°1971Raffaello Brignetti La spiaggia d’oro Rizzoli
26°1972Giuseppe Dessì Paese d’ombre Mondadori
27°1973Manlio Cancogni Allegri, gioventù Rizzoli
28°1974Guglielmo Petroni La morte del fiume Mondadori
29°1975Tommaso Landolfi A caso Rizzoli
30°1976Fausta Cialente Le quattro ragazze Wieselberger Mondadori
31°1977Fulvio Tomizza La miglior vita Rizzoli
32°1978Ferdinando Camon Un altare per la madre Garzanti
33°1979Primo Levi La chiave a stellaEinaudi
34°1980Vittorio Gorresio La vita ingenuaRizzoli
35°1981Umberto Eco Il nome della rosaBompiani
36°1982Goffredo Parise Sillabario n.2 Mondadori
37°1983Mario Pomilio Il Natale del 1833 Rusconi
38°1984Pietro Citati Tolstoj Longanesi
39°1985Carlo Sgorlon L’armata dei fiumi perduti Mondadori
40°1986Maria Bellonci Rinascimento privato Mondadori
41°1987Stanislao Nievo Le isole del paradiso Mondadori
42°1988Gesualdo Bufalino Le menzogne della notteBompiani
43°1989Giuseppe Pontiggia La grande seraMondadori
44°1990Sebastiano Vassalli La Chimera Einaudi
45°1991Paolo Volponi La strada per RomaEinaudi
46°1992Vincenzo Consolo Nottetempo, casa per casa Mondadori
47°1993Domenico Rea Ninfa plebea Leonardo
48°1994Giorgio Montefoschi La casa del padre Bompiani
49°1995M. Teresa Di Lascia Passaggio in ombra Feltrinelli
50°1996Alessandro Barbero Bella vita e guerre altrui di Mr Pyle, gentiluomo Mondadori
51°1997Claudio MagrisMicrocosmi Garzanti
52°1998Enzo Siciliano I bei momenti Mondadori
53°1999Dacia Maraini Buio Rizzoli
54°2000Ernesto Ferrero N. Einaudi
55°2001Domenico Starnone Via GemitoFeltrinelli
56° 2002 Margaret Mazzantini Non ti muovere Mondadori
57° 2003 Melania G. Mazzucco Vita Rizzoli
58° 2004 Ugo Riccarelli Il dolore perfetto Mondadori
59° 2005 Maurizio Maggiani Il viaggiatore notturno Feltrinelli
60° 2006 Sandro Veronesi Caos calmo Bompiani
61° 2007 Niccolò Ammaniti Come Dio comanda Mondadori
62° 2008 Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi Mondadori
63° 2009 Tiziano Scarpa Stabat Mater Einaudi
64° 2010 Antonio Pennacchi Canale Mussolini Mondadori
65° 2011 Edoardo Nesi Storia della mia gente
66° 2012 Alessandro Piperno Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi
67° 2013 Walter Siti. Resistere non serve a niente
68° 2014 Francesco Piccolo. Il desiderio di essere come tutti

69° 2015 Nicola Lagioia. La ferocia

Articolo da leggere:

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/ecco-mio-inno-lagioia-io-che-conosco-bene-1148263.html

Non son cresciuta nelle banlieue parigine e non sono nera, ma Girlhood mi ha fatto ricordare quanto l’adolescenza sia stata uno dei periodi più brutti, con apici di straordinaria bellezza

Adolescenti, o come una volta sentii dire dallo scrittore Pinketts, adolescemi.  L’adolescenza è un periodo tutto a  stante, senza contorni ben definiti ma che ha marcato la vita di ognuno di noi (ancora rimango incredula quando qualcuno ricorda con totale piacere il periodo che va dai 13 ai 19 anni – secondo me, dormiva).

20150120224636_Girlhood_poster

“Diamante Nero’ in Italia. Dalla – bellissima- canzone di Rihanna Diamonds (scritta da Sia).

Ho visto il film francese Girlhood, e mi è piaciuto e mi ha ricordato vivamente i miei tormentosi anni da adolescema. In Girlhood si parla di ragazzine nere, che vivono nella banlieue parigina  con tutti i problemi annessi. Io, invece, son bianca e son nata in un paesino proto borghese/ turistico chic sulla costa ligure,  con tutti i non problemi annessi, ma che c’entra quando si è adolescemi.

L’adolescenza, il periodo in cui:

1) uno non si sente né bambino  adulto, e se si viene trattati da bambini ci si incazza, e se si viene trattati da adulti, si va in paranoia per la troppa responsabilità, e si finisce per non capirci nulla. Chi sono? Vedi alla parola boh!. “Richiedimelo fra 10 anni, (forse)”.

2) si vuole essere indipendenti, si vuole essere qualcuno, ma non si capisce indipendenti in che cosa e da che cosa, e si finisce per essere indipendenti nelle cose e nelle cause sbagliate (sbronze colossali, orribili tatuaggi di cui spesso ti pentirai, limonamenti con esseri improbabili).

3) avvengono epici litigi con i genitori. I genitori sembrano capacissimi nell’adolescenza a non capire proprio nulla di noi. NULLA  (non che dopo qualcosa cambi, ma per lo meno, siamo meno dipendenti da loro).

4) si covano grandi speranze e si affrontano le prime grandi delusioni. Gli ormoni ti portano in un viaggio di bipolarismo perenne, e non è bello.

5) si vuole piacere a tutti ma si vuole anche essere particolari, unici, si vuole essere se stessi. E questo porta solo a un gran casino nella propria testa. Ascoltare se stessi o gli altri? Boh! 

6) se sei sfigato non hai via di scampo nell’adolescenza. L’adolescenza non permette di essere brutti e noiosi.

 

Mary Ellen Mark workshop at Look3 (Pigeon Hole)

Mary Ellen Mark workshop at Look3 (Pigeon Hole)

7) si fanno le prime esperienze sessuali, e si confonde tutto. Si vuole esperire e scoprire cosa è il sesso per poi avere le prime scoperte: le femmine scoprono che la libertà di esperire può portar loro ad essere giudicate e così si viene davanti alla presa di coscienza di quanto la propria ricerca di libertà possa scontrarsi con il giudizio morale esterno. I ragazzi scoprono che la loro vita più o meno sarà comandata dal sesso, dalla necessità di scaricarsi (no?) e scopriranno l’ansia da prestazione, che non è mai bella.

In mezzo a tutti questi tormenti, quanto mi son divertita nell’adolescenza? Quanto ho riso con le mie amiche? Quante cavolate abbiam fatto insieme? In quello, quanto è stata bella e unica, l’adolescenza. Ecco in Girlhood, oltre il disagio di nascere in una periferia per nulla accogliente e in una società che non sembra volerti, c’è proprio tutto questo.

NB La scena nell’albergo è la mia preferita, e mi ha pure fatto piacere la canzone Diamond, cantata da Rihanna, quella dell’ombrello, toh, ma scritta da Sia.